Il Divario generazionale e le nuove professioni

Premessa. Il Rapporto 2017

La Fondazione Bruno Visentini, con il Rapporto 2017 “Divario Generazionale tra conflitti e solidarietà”, si è affermata tra gli interlocutori e i maggiori punti di riferimento a livello nazionale sul tema generazionale: da intendersi come il gap di opportunità tra le nuove generazioni e le precedenti, in termini di ritardo accumulato nel raggiungimento degli obiettivi di crescita personale e professionale e di ostacoli che si frappongono al raggiungimento della piena maturità sociale ed economica.

Il Rapporto 2017, presentato lo scorso 22 marzo presso l’Aula Magna dell’Università LUISS con la partecipazione dei Ministri del Lavoro Giuliano Poletti, dell’Università e Ricerca Valeria Fedeli e della Coesione Territoriale e Mezzogiorno Claudio De Vincenti, ha realizzato un’analisi approfondita sul presente e sul futuro delle giovani generazioni italiane, mettendo in luce una serie di interessanti aspetti:

-          I costi economici annui stimati per i singoli Neet (15-29) a livello nazionale sono pari a circa 35 miliardi di euro nel 2016 (rispetto ai 23,8 miliardi del 2011). A pesare maggiormente è il costo delle risorse umane “non sfruttate”. Al peso sul bilancio dello Stato bisogna anche aggiungere la perdita di competitività della forza lavoro potenziale.

-          L’aggiornamento dell’Indice del Divario Generazionale (GDI – Generational Divide Index), messo a punto in Italia dal ClubdiLatina in partnership con la FBV, al 2030 proietta tale divario, indicizzato al 2004, a poco meno del doppio nel 2020 e al triplo nel 2030. Se, cioè, un giovane di vent’anni nel 2004 impiegava 10 anni per costruirsi una vita autonoma, nel 2020 ne impiegherà 18, e nel 2030 addirittura 28, diventando indipendente soltanto ultraquarantenne.

-          La mappatura e classificazione degli interventi fiscali, contributivi/integrativi e giuslavoristici in tre tipologie di misure (generazionali, non generazionali per destinazione; non generazionali per natura), a seconda del loro grado di incidenza rispetto ad uno più indicatori del divario generazionale, fornisce un solido punto di partenza per promuovere una possibile strategia nazionale per la lotta al divario generazionale.

-          La ricetta è un intervento proporzionato e finalizzato su due livelli: quello del disagio sociale in generale – di cui il disagio giovanile rappresenta un’importante componente – mediante la proposta di una rimodulazione dell’imposizione in termini redistributivi, fondata sulla diversa attitudine alla contribuzione in ragione alla maturità fiscale; quello del divario generazionale, con l’introduzione di un contributo solidaristico di carattere temporaneo  a carico dei pensionati con le pensioni più elevate, ricorrendo a un approccio progressivo e rispettoso della capacità contributiva dei contribuenti coinvolti.

-          La proposta di creazione di un fondo per le politiche giovanili in grado di finanziare le misure messe in campo, sia con contributi e agevolazioni fiscali, sia con la creazione di strumenti finanziari in grado di moltiplicarne l’effetto.

Il progetto di ricerca. Le tre azioni programmate

Il piano approvato dal Comitato Scientifico della Fondazione Bruno Visentini per la corrente annualità, forte degli incoraggianti risultati ottenuti, è assai più ambizioso. L’obiettivo non è solo quello di aggiornare l’indice del divario generazionale e la mappatura, ma di sostenere anche azioni di sensibilizzazione su questa tematica e sulle conseguenze dell’inazione. Sensibilizzazione che deve necessariamente partire dalle scuole superiori.

Il Rapporto 2018 “Il Divario Generazionale e le Nuove Professioni” ha dunque l’obiettivo non solo di  determinare la quota del divario generazionale al 2017 e di aggiornare la metrica della rilevazione del GDI al 2030, ma anche di affrontare il tema del futuro mercato del lavoro per le giovani generazioni  con un focus sui trend occupazionali nel medio-lungo periodo – secondo le previsioni dell’ILO al 2030 la forza lavoro 14-65 decrescerà e il 40% delle professioni saranno digitali – e sui possibili unknown and forgotten jobs, intesi rispettivamente come le nuove professioni emergenti e strettamente connesse all’economia digitale e i lavori dimenticati che possono beneficiare dell’ondata della rivoluzione tecnologica. Naturalmente lo scopo della ricerca non è quello di predisporre una sorta di “lista” dei nuovi lavori – troppi sono gli studi promossi a livello nazionale ed internazionale negli ultimi anni, con risultati piuttosto scadenti; quest’operazione, tra l’altro, appare poco realistica se si pensa che, secondo lo studio del World Economic Forum “The Future of Jobs. Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution”, il 65% dei bambini che oggi sono alla scuola elementare “da grande” farà un lavoro che oggi non esiste nemmeno -, bensì di analizzare il tema a partire dalle possibili sinergie tra l’innovazione tecnologica, mercato del lavoro e relativo impatto sociale.

Per leggere la sintesi del progetto di ricerca in forma integrale vedi: abstract-ricerca-il-divario-generazionale-e-le-nuove-professioni